Cosa Nostra è femmina!

Cosa nostra è femmina!
Un po’ di tempo fa, prima che esplodesse il successo di Gomorra, mi è capitata l’occasione di vedere  uno spettacolo teatrale sulla mafia dal titolo Cani da bancata, della regista palermitana Emma Dante.
Lo spettacolo mostra il mondo mafioso attraverso un punto di vista nuovo e contemporaneo: quello femminile, quasi a sottolineare tristemente che anche in fatto di pari opportunità, la mafia è un passo avanti alle istituzioni.
Cani_di_bancata_foto1000Infatti sul palco il capo dei capi, il mammasantissima è una donna, o meglio, “una femmina-cagna, che sta a capo di un branco di figli che, scodinzolanti, si mettono in fila per baciarla”.
Questo spettacolo, come Gomorra, sfata il mito della mafia da cartolina di Corleone, a cui ci aveva abituato Mario Puzo con il suo Padrino. Secondo lo stereotipo letterario e hollywoodiano, infatti, il bacio della mafia è l’onore, e l’ uomo che, giurando davanti a Dio, si consegna a lei per sempre è un personaggio incredibilmente affascinante. Questo è il folclore.
Il folclore serve a nascondere l’orrore dietro al quale avviene quello che non si può dire, quello ormai non entra più nelle cronache.
Emma Dante, come Roberto Saviano, ci mostra come la mafia sia “il trionfo della menzogna, il basso che si fa alto, il delitto che si trasforma in regola” ma soprattutto, smaschera lo squallore dei mafiosi, che denudati dalla falsa patina di successo, diventano dei personaggi tristemente grotteschi.
Nello spettacolo Cani da Bancata, come dice la regista, il boss è appunto “una femmina-cagna che schifa se stessa e chiede ai suoi figli di rinnegarla. Li allontana da sé per non infangare il loro nome, è una puttana che si vergogna del suo passato. Col sangue di vittime innocenti li ha nutriti, li ha fatti studiare, li ha nobilitati”.  Ora la cagna, seduta a capo di una tavola imbandita, dona ai figli l’Italia capovolta e divisa. In questa nuova cartina geografica, la Sicilia è al nord. I figli-pretendenti  sgomitano e si affannano per sederle più vicino. La cagna dà ai figli il permesso di entrare nella Famiglia: “ Nel nome del Padre, del Figlio, della Madre e dello Spirito Santo”. Così inizia la “grande abbuffata” : la spartizione di un Paese che in scena viene divorato come se fosse carne cruda. La scena è impressionante: tutti gli undici attori mangiano questa simbolica Italia di pane e ne sputano in aria i bocconi. Il palco viene sommerso da una pioggia di saliva e di brandelli di cibo masticato, sotto i quali la mandria mafiosa litiga e si uccide per un illusorio e squallido potere.
Ma Emma Dante non si limita a mostrare la sua Sicilia e analizza il fenomeno anche a livello nazionale,  portando in scena personaggi  che siedono tuttora nelle poltrone del potere.
La regista spiega infatti nelle sue note di regia che “ormai il mafioso vero è più facile incontrarlo in un’auto blu nel centro di Roma! Oggi il capomafia si è ripulito e, facendo campagne anti-mafia, si è trasferito ai piani alti della politica. Ormai, i mafiosi non hanno più bisogno di proteggersi e addirittura non si preoccupano più di punire chi dice la verità sul loro conto, perché sono riusciti a delegittimare questa verità, screditando la magistratura e assuefacendo l’opinione pubblica all’illegalità. Annientare il fenomeno mafioso è compito dello Stato, ma è necessario intervenire anche sulla mentalità della gente, per estirpare l’abitudine all’omertà, alla violenza dell’individualismo”.
Ed è questo, a mio avviso, il punto più importante della questione: esiste un atteggiamento mafioso che non ha niente a che vedere con la mafia. È un atteggiamento da cui siamo sempre più tentati nel nostro piccolo, tutti indistintamente, italiani del nord o del sud.
È troppo facile, infatti, pensare che la mafia sia solo sinonimo di morti ammazzati, pizzini, spaccio di droga e smaltimento illegale di rifiuti.
Un atteggiamento mafioso  è fatto di compromessi, di piccole e apparentemente innocue trasgressioni delle regole (cioè di illegalità),  di quotidiani e simbolici favoritismi  (cioè di corruzione).
Nel nostro piccolo ci giustifichiamo pensando: “tanto lo faccio solo per una volta…. in fondo lo fanno tutti, se una volta lo faccio anche io…”
Questo modo di vivere e di pensare ormai è diventato sempre più comune in tutta Italia e l’insieme dei nostri comportamenti mafiosi, dal più piccolo al più grande, hanno creato una rete molto fitta che sta progressivamente strozzando il Paese.
Proprio per questo dobbiamo renderci conto che la mafia riguarda tutti, nessuno escluso e che i suoi tentacoli possono arrivare a toccarci.
Dobbiamo renderci conto che attraverso le scelte che facciamo quotidianamente, attraverso i nostri comportamenti possiamo difendere la legalità.
Dobbiamo renderci conto che la lotta alla mafia è anche nelle nostre mani e dipende da ciascuno di noi!

Marta Cuscunà

Author: admin

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