Velocità “diversa”: la sfida più bella

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Intervista a Riccardo Fontanot, a cura di Claudia Fabaz.

La sfida nella sfida. A causa di un farmaco assunto quando eri ancora nel liquido amniotico, nascere dentro un “vestito” che per il comune sentire avrebbe dovuto farti “rallentare”.

E invece ritrovarti a tuo agio in una velocità ricercata, sudata, amata.
Solo una piccola frazione di vissuto il nostro incontro con l’atleta Riccardo Fontanot, vincitore, tra l’altro, della Coppa Italia per sciatori diversamente abili (2 manches di slalom gigante), categoria standing, svoltasi a febbraio all’Alpe Cermis.

Quali sono le prime immagini che ti ritornano in mente se ti rivedi mentre tagli il traguardo della Coppa Italia?

Le prime cose che ho fatto sono state riguardare il tempo, e vedere chi ha sciato con me, i miei compagni e soprattutto l’espressione dell’allenatore e di chi ci ha accompagnato. Erano tutti molto contenti. Mia moglie mi ha mandato un messaggio- che ancora un po’ mi faceva piangere- dicendo che sia lei che mia figlia erano orgogliose di me e ancora adesso a ripensarci…Quel momento è stato speciale anche per il rapporto tra me e mio padre.Una vittoria a più di 360 gradi.

In questo numero parliamo di Velocità, qual è stato il momento in cui tu hai desiderato incontrare la “Velocità su neve”? Ce lo puoi descrivere?

La neve è stato un modo per avvicinarmi un po’ a mio padre, lui portava sempre e solo mio fratello più grande ed io dovevo rimanere a casa. Solo oggi posso capire la sua paura . Tutto è iniziato per fargli vedere e capire che pure io, come mio fratello maggiore cosiddetto normale, potevo sciare e stare con lui. All’età di 7 anni  ho provato un paio di sci da bambino, quelli che si legano alle scarpe normali e possono essere usati anche senza  gli “scarponi” e da lì facendo scaletta ho cominciato a fare le mie prime discese. Ovviamente ,avevo un modo tutto mio di sciare, senza bacchette, con maniche delle giacche arrotolate sulle braccia, senza guanti ed avvinghiandomi al cavo dello skilift sempre sotto lo sguardo della gente, un po’ compiaciuta ed un po’ sbigottita.

La velocità all’inizio mi faceva paura ma con l’andare del tempo più la discesa era ripida, più la tecnica si affinava e più io mi divertivo. Lo sci era ed è dunque una maniera per sentirmi libero e sereno e dimostrare che con la volontà si può arrivare ovunque.

Chi ti ha sostenuto in questo percorso? Quali sono stati gli “incontri fortunati” a livello di persone e strutture?

Molte persone mi hanno sostenuto, mio padre prima di tutto, ha superato le sue paure e non si è mai tirato indietro nel farmi fare le cose.  Poi, mia moglie che ha sempre fatto buon viso a cattivo gioco: lei non ama la montagna ma mi ha sopportato e seguito nel tempo e nell’impegno che dedico a questo sport.
Incontri fortunati? direi due più di tutti, la prima è stata Tiziana Nasi, all’epoca presidentessa del Comitato Paralimpico Italiano, che mi ha fatto conoscere “Sport di più” e mi ha permesso di fare quello che adoro a livelli “un po’ più seri” e seguito da persone competenti, continuando ancora oggi a chiedermi maggiore impegno e sperando per me un traguardo importante.

Il secondo è Luca Avondetto una persona particolare , un uomo che toglie del tempo alla propria famiglia per dedicarlo a persone diversamente abili per farli divertire e sentire importanti.

Il suo è un impegno concreto non di parole ma di fatti, tempo, fatica ed impegno.

Tutto questo però non ci potrebbe essere senza Sport di più, un’associazione che nasceva il 27 novembre del 2000 e che oggi vive grazie a volontari e sponsor che credono nello spirito dell’associazione stessa e nelle persone che la compongono, permettendo a chi è meno fortunato di fare sport come metafora della vita: se si riesce nello sport si può riuscire nella vita.

Per farci capire meglio, potresti tecnicamente accennarci a come fai a sfrecciare sulla neve, gareggiare… vincere? Quali sono gli ausili, gli allenamenti, gli accorgimenti che hai apprezzato nel tuo cammino?

A questa domanda mi viene un po’ da sorridere. Lo sci disabile è decisamente diverso da come può immaginare una persona che non lo ha mai visto. Nel mio caso, ad esempio, non usando le bacchette, la partenza diventa difficile e fondamentale. In primo luogo chiedo a chi è al cancelletto una spinta, poi, come in tutte le cose della vita, trovo o sviluppo una maniera diversa per raggiungere l’obbiettivo, infatti riesco più di altri a “pattinare” in modo da sfruttare  la spinta delle gambe per sopperire alla mancanza dei bastoncini.

Durante la discesa il movimento delle braccia dà sicurezza, equilibrio e tempo. Proprio per questo motivo io, le muovo ugualmente, trovando e cercando a modo mio le stesse sensazioni. Il mio allenatore che ormai mi conosce bene mi chiude a modo gli scarponi e mi pulisce gli sci. Poi mi regala qualche frase di circostanza per trovare le concentrazione e darmi coraggio.

In questo sport non si può barare, non esistono scorciatoie, non si può saltare una porta per accorciare il tragitto, tutto dipende da noi stessi, da come ti sei allenato e da quanto tempo e voglia hai dedicato. Lo sport ti fa stare bene anche se non si raggiungono traguardi esagerati.

 

Nella società di oggi, anche grazie ai media, viene proposto un modello di “Velocità ad ogni costo”:  veloci ( nel senso di essere sempre al passo ed efficienti) nella scuola, nel lavoro, nella parola, nelle relazioni, …alcuni si fanno ingannare e credono sia una strada che non ammette grosse fatiche, né tempi lunghi. Quando gli ostacoli sopraggiungono si ricorre alle scorciatoie, agli “aiutini” di vario tipo, per arrivare fino all’uso di droghe…Ne hai sentito traccia?

Non  è un fenomeno così diffuso ma qualcosa c’è anche nei nostri. A rigurardo mi sento di dire che non serve a niente, che è una vittoria che non vale niente, non ha lo stesso peso, anche a livello personale…uno lo sa se ha avuto degli aiuti o meno. Una coscienza ce l’abbiamo tutti… A parte che al giorno d’oggi sembra non abbia poi tanta importanza, ma, alla fine, ci si rende conto solo che l’importante sembra più apparire invece che essere.

 

Diversamente, la conquista della “Velocità” nel tuo caso -come per molti altri- non è stata mai scontata, quali sono stati i “costi” in termini di sacrificio e di costanza?

Bisogna sempre tenere bene a mente che quando cominciai io la disabilità era ancora un concetto poco “accettato”. Il disabile non faceva assolutamente alcun tipo di sport , difficilmente faceva vita sociale….immaginiamoci se qualcuno perdeva tempo a modificare una bici, una carrozzina o qualsiasi altra cosa per far sciare, correre, tirare di scherma, giocare a tennis un ragazzino con un problema fisico.

Oggi il diversamente abile è riconosciuto ed accettato, addirittura Sky ha trasmesso per intero le Paralimpiadi. Era  una cosa incredibile fino a qualche anno fa.

Alla luce di quanto detto forse si può capire di quanta determinazione, voglia, costanza e fortuna ci sono voluti per farmi arrivare a sciare come oggi.

Se io ti dicessi di scegliere una parola  tra “scorciatoia” e “slalom” per ispirare un indirizzo di vita?

Sicuramente la scorciatoia attira tanti ragazzi, che hanno dei principi trasmessi dalla società in questo periodo, ma secondo me sbagliati: sono dell’idea che il lavoro paga sempre, magari con degli slalom, con delle strade un po’ più lunghe, difficili, un po’ più dure ma che danno un soddisfazione maggiore quando poi si arriva al fondo…E la  vittoria è “tua” nel vero senso della parola.

A chi consiglieresti di intraprendere una strada parallela alla tua?

Io consiglio lo sci e lo sport in generale a tutti sia normo dotati che diversamente abili, sia come volontari che come semplici appassionati perché, in un caso o nell’altro, le sensazioni che si provano sono uniche.

Dopo l’Italia hai progetti internazionali?

A fine marzo facciamo il campionato italiano ad Alleghe e già lì si metterà in moto un grande macchina organizzativa. Alcuni di noi gareggiano seduti , quindi con l’”uovo”, che occupa molto spazio. Ci seguiranno tre accompagnatori. Riguardo gli appuntamenti i internazionali, bisogna innanzitutto star fuori di casa e non me la sento di lasciare la famiglia e poi per fare queste cose internazionali bisogna prendere ferie e non tutto viene rimborsato.

 

Pensi a tua volta di trasmettere ad altri giovani la pratica e l’esperienza che hai acquisito?

 

Addirittura istruttore per il momento non mi vedo! Io sono un persona molto aperta e, anche grazie all’educazione che mi hanno dato i miei genitori e in particolar modo mio padre, vivo la mia disabilità in maniera completamente serena. E’ sempre stato così, perché sin da quando ero ragazzino non ho mai perso tempo.Forse proprio per come vivo la disabilità in generale, a volte anche nella società sportiva sono un punto di riferimento anche per gente che è da più tempo dentro.In effetti mi hanno già chiesto di andare a parlare in qualche scuola dove c’è magari della disabilità.

Riccardo Fontanot, che dice ai bambini un po’ sorpresi e titubanti -”Voi sapere perché sono così?Chiedimi tutto  tranquillamente” e, spiegando con misurata allegria, scioglie tutte le paure irrazionali verso qualcosa che non si conosce. E’ lui che in un “batti cinque” davvero speciale fa incontrare due mondi. E’ lui che, assieme ai suoi colleghi di avventura, sulla piana di neve della pista Coldai di Alleghe,  generosamente regala entusiasmo di vita, sagace voglia di imparare e di ridere. Grazie.

Author: admin

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