NEGLI OCCHI E NELLA LUCE

di Walter Comunello

Gavrilo, un diciannovenne serbo, voleva l’indipendenza della sua terra, la Yugoslavia, dal dominio dell’Austria-Ungheria. Il suo desiderio fu avverato, ma né vide i risultati del suo gesto, né poté sognarli in libertà o in salute.

Per non essere catturato tentò il suicidio, ma la capsula di cianuro che ingerì faceva parte di un bussolotto scaduto e la pistola con la quale sparò all’Arciduca gli venne strappata di mano prima che riuscisse anche solo a puntarsela alla tempia.
In cella soffrì gravemente, sia per l’aspro regime di detenzione a cui fu condannato, sia per una grave forma di tubercolosi che contrasse e che gli divorò le ossa.

Morì il 28 aprile del 1918.

Mi chiedo se, sdraiato sulla branda, non si fosse fatto domande, se non si fosse chiesto perché aveva fatto quel che aveva fatto, non per pentirsene ma per tentare
di guardare gli eventi da altri punti di vista che non fossero il proprio, dimostrando
di poter vedere oltre le proprie ideologie, dimostrando il potenziale di una libertà che nessuna gabbia materiale può confinare.

L’arma del ragazzo fu consegnata a un prete, amico del nobile. Dal 2004 è esposta al Museo di Storia Militare di Vienna. Immagino persone che si avvicinano alla teca
e pronunciano frasi come “è l’arma con cui fu ucciso l’Arciduca Francesco Ferdinando nel 1914” oppure “questa è la pistola che scatenò la prima Guerra Mondiale”, o ancora “maledetti nazionalisti, ovunque voi siate”, o ancora “Gavrilo era un grande”.

temporeale-11

Mi chiedo se sia ancora un bene continuare a ricordare cose come ciò che giace dietro a quella pistola. Nulla di quel che vediamo ha un significato in sé, ma acquista il valore o il senso che noi gli diamo. Capita così che, chi coltiva odio, può vedere odio in ciò che lo circonda; chi ha fatto pace con sé stesso ha chiuso un capitolo e può osservare il mondo con distacco, libero dal vincolo del conflitto.

Prima che sul campo di battaglia, la guerra è in noi. Quando aggrediamo non facciamo altro che portare all’esterno qualcosa che dimora nella nostra anima da molto più tempo e in luoghi di cui noi stessi, probabilmente, non siamo a conoscenza, né sospetteremmo l’esistenza. Ma il mondo là fuori esiste, che noi lo vogliamo o no: esso si fa carico dei nostri peccati nella stessa misura in cui noi li rifiutiamo; chi è in guerra con il mondo rivela le guerre che combatte contro sé stesso.

Quell’oggetto ha ora lo stesso valore che aveva cent’anni fa. Perché? Perché altri hanno detto così, e perché noi li abbiamo ascoltati. Un seme può attecchire solo sul terreno adatto: parole, gesti, oggetti che veicolano il senso vengono recepiti dalle menti che lo comprendono, rendendone possibile la continuazione. Per cui, non trovo corretto dire che “odio causa odio”, in quanto irrealistico e ingenuo. Piuttosto, “odio accoglie odio” mi sembra più adatto. Il mondo era più che pronto ad accogliere la Grande Guerra, checché ne dicano i soliti benpensanti. Così, un solo proiettile ne fece usare milioni, miliardi di altri: la miccia era accesa da tempo, i magazzini erano colmi di polvere pirica che aspettava solo di esplodere.

Per cambiare il mondo, quindi, non è sufficiente cambiarlo nel “qui-e-ora”, ma c’è bisogno di un qualche cosa che trascenda il tempo e lo spazio: il cambiamento di ”ora”, per essere davvero efficace, deve risuonare nel “poi” del futuro, con le nostre speranze e i nostri sogni, e nel “fu” del passato, guardando quel che è accaduto alla luce di un modo di pensare completamente diverso, nuovo, originale. Le guerre assumeranno allora altre forme, proietteranno altre ombre, poiché occhi diversi le guarderanno tramite luci diverse. E’ negli occhi e nella luce che dobbiamo intervenire, non altrove.

Author: admin

Share This Post On
01Adserver.com
The domain 01adserver.com may be for sale. Click here to make an offer or call 877-588-1085 to speak with one of our domain experts.