SE UNA NOTTE D’AUTUNNO UNA VIAGGIATRICE

Quando il nuovo ti costringe prepotentemente a modificare le tue “normalità”

di Wendy – inviata speciale in Burkina Faso
con il Centro Volontari per la Cooperazione e lo Sviluppo – Gorizia

Se c’è una cosa che non si deve fare quando si è giovani, sicuramente è non aver paura di affrontare nuove sfide e nuove avventure. Solo così si potrà definire la vera strada da percorrere. Così dicono. Certo, a volte, questo significa prendere decisioni difficili. Un amico un giorno mi ha detto:“non esiste scelta importante che sia facile da prendere”. E così mi trovo in Burkina Faso, esattamente nella seconda città del Paese, dal nome emblematico Bobo Dioulasso scelto per unire insieme due etnie storiche bobo e dioula, il suo significato ultimo è “casa”.
Prima di arrivare a “casa”, però, ne sono successe di cose… mai avrei pensato di scegliere di partire per un’esperienza di un anno e trovare così tanti colpi di scena.

A partire dallo sviluppo del progetto che dovrei seguire, alle condizioni sociali in cui dovrei vivere, per non farci mancare un bel colpo di stato pochi giorni prima della partenza. Si, sarei dovuta partire a fine settembre, ma giusto il 16 il generale Dienderè ha ben pensato di rapire l’attuale Presidente e Vice, creando giusto un po’ di panico generale. Nel frattempo io mi stavo facendo un’idea sulle questioni pratiche quando è arrivata l’informazione di “fermo” per tutti coloro in partenza per il Burkina Faso, per non parlare di quelli che dovevano tornare in Italia che si sono trovati aeroporti e frontiere chiuse.
Dopo qualche settimana di attesa, il 16 ottobre ho spiccato il volo, ed eccomi qui. A seguito di un lungo viaggio in auto durato circa 5 ore, finalmente la città, Bobò, come la chiamano qui, mi ha accolta nella sua grande caotica indescrivibile quotidianità.

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Le prime impressioni devo dire che sono sicuramente positive, ma visto che mi è stato detto di cogliere l’occasione per entrare nel vivo soprattutto per quanto riguarda i progetti delle ONG con cui collaboro, ogni momento è buono per scoprire questa nuova realtà. In verità non tutto è frutto di decisioni lavorative, molto viene dal caso…

Diciamo che la prima impresa è stata creare un rapporto con il mio guardiano, visto che lui non parla francese e l’unica cosa che chiede in maniera comprensibile (ma sarebbe meglio che così non fosse) è, se posso preparargli del riso. Ovviamente mi è stato vietato di preparargli cibo e visto la sua insistenza mi hanno imposto di avere un atteggiamento duro nei suoi confronti.

Non è stato facile, anche perché un po’ mi dispiace, forse ha veramente bisogno di mangiare. Poi un giorno ho scoperto che in realtà è un bravissimo cacciatore. Una mattina mi sono svegliata pensando di andare in garage a recuperare la mia bicicletta quando lo trovo, Emmanuel (pare sia il suo nome da Cristiano), intento a spelacchiare una povera capretta che aveva freddato pochi minuti prima. Questo l’ho dedotto sia dalla vasta quantità di sangue a terra sia dall’invasione di mosche che ne è derivato dal barbaro atto. Ovviamente, il tutto è stato compiuto giusto davanti alla porta del garage impedendomi quindi di raggiungere la bici.

A parte questo, è un uomo molto dedito al lavoro, infatti, mi sono stupita quando una sera rientrando tardi da una serata in compagnia l’ho trovato attivo che spazzava le foglie nel giardino. Il risultato di quella lunga notte di lavoro lo ha portato a sradicare anche tutte le piantine di verdure che avevo seminato nel giardino… chissà cosa avrà pensato! Lezione numero uno: avere un proprio orto al momento è sconsigliabile.
Lezione numero due: chiedi sempre prima di assaggiare. Uno dei progetti che l’Organizzazione Progetto Mondo MLAL sta gestendo nella provincia sud ovest del Paese tratta la sicurezza alimentare. Attraverso campagne di sensibilizzazione, formazione di animatori e altro personale che si occupi di trasmettere i messaggi nei villaggi con anche dimostrazioni culinarie, si cerca di far fronte soprattutto alla malnutrizione infantile.

Io, delle ricette proposte alle dimostrazioni, al momento ne sono venuta a conoscenza solo sulla carta, ma l’occasione per la mia degustazione culinaria è arrivata in fretta. Si trattava di partecipare ad una festa in casa, di una nostra collaboratrice. Da quel giorno ho scoperto odori e sapori nuovi. Devo essere sincera, di alcuni avrei preferito non venirne mai a conoscenza..
Prima di tutto ho assaggiato la famosa birra locale, chiamata dolo. Si tratta di una bevanda composta da miglio fermentato e zuccherato. Vi assicuro che quando fuori ci sono 30 gradi, se va bene, tutto vorreste bere al di fuori di questo intruglio alcoolico tiepido, dal sapore acido e dal colore giallo-marroncino.

Il piatto forte del Burkina Faso è ancora più strepitoso. Già passeggiando per le strade ho notato dei sacchettini neri e mi sono chiesta cosa fossero. Bene, la scoperta è avvenuta quel giorno. In un grande pentolone vengono cotti in un intingolo di pomodori e cipolle, i bruchi.
Queste bestioline nere, grandi circa 5 cm, si sono presentate nel mio piatto. Sembrava quasi che il tempo si fosse fermato. Avevo gli occhi di tutti puntati addosso. Nella mia mano sinistra il piatto e alla destra la forchetta. Dopo qualche esitazione… ham! Mi è quasi sembrato di sgranocchiare un grosso gambero, ma il sapore non era quello…devo dire che non sono proprio disgustosi però non fanno per me. Anche se pare siano molto apprezzati e soprattutto nutrienti.

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Il secondo piatto invece era molto buono. Le abili mani delle signore inseriscono all’interno di grandi foglie verdi una pastella di farina di fagioli, vagamente assomigliante alla nostra amata polenta. Le foglie vengono sapientemente richiuse e il tutto viene cotto a vapore. Dopo qualche minuto vengono riaperte le foglie bollenti ed estratto il prodotto finito : farò. Sembra un morbido involtino che viene servito anch’esso con una salsa di pomodoro e cipolle. Dovevo ancora finire il mio delizioso piatto quando un nuovo odore stava pervadendo gli spazi comuni. Alcune persone si sono alzate disgustate, non volendo condividere con i commensali la nuova “portata”. Se è qualcosa che non piace nemmeno agli stessi burkinabè, allora si promette male, ho pensato.
Non a caso il nuovo arrivato, con il suo sguardo raggiante mi sorride sventolandomi una busta nera chiedendo se ero convinta di restare a mangiare con loro. All’interno dell sacchetto carne…di cane!!!! Questo è troppo. Mi alzo anche io e mi dirigo in luoghi più tranquilli per ultimare il mio pranzo cercando di non ricordare che il giorno prima nello stesso giardino avevo visto due cani, mente al mio arrivo quel giorno nessun cane era ancora pervenuto!

Lezione numero 3: prendi sempre la bevanda meno alcoolica. Qui in Burkina Faso pare abbiano una passione sfrenata: il maquis. Si tratta di bar dall’architettura molto semplice, dotati solo di tavolini, sedie e qualche tetto di lamiera il tutto con una gestione molto “fai da te”. La sua vera fortuna è il frigo! Infatti, come inizia a calare il sole, i maquis, si riempiono di persone pronte a bere qualcosina a fine lavoro. E’ solo che in questi posti magici, ti senti come a casa, se sei passato giusto per una birra come minimo finisci per berne 3. La birra locale si chiama Brakina e la più piccola in commercio è di 65 ml per fortuna ha una bassa gradazione, 4,5 % di alcool, perché vi assicuro che ogni nuovo arrivato al tavolo è una nuova birra offerta… alla lunga si fanno sentire e tornare a casa potrebbe diventare un’impresa!! Meglio dunque spaziare sulle sucreries (fanta, coca cola, sprite) anche queste di dimensioni eccessive, ma per lo meno non alcooliche.
Lezione numero 4: abbi sempre molta pazienza. Più che una lezione è proprio una regola di base direi. Prima della partenza tutti ci tenevano a ricordarmi di averne molta…la pazienza è la virtù dei forti. Ecco perché mi sono sentita, invece, molto debole dopo un’attesa durata 24 ore per poter sapere se mi ero presa la malaria o meno. Direi che in certi casi, vorresti avere risultati certi ma soprattutto immediati. Invece di scalpitare come una forsennata in sala d’attesa avrei dovuto ricordarmi la semplice regolina. Specie quando i risultati erano pronti proprio sotto al naso dell’infermiere, il quale non si era minimamente disturbato di farmi attendere altri 45 minuti prima che io gli ricordassi che stavo ancora attendendo le analisi e di li a poco avrei scatenato l’inferno. Così munita di minore pazienza mi hanno consegnato “rapidamente” la busta e con grande gioia ho letto il risultato: negativo! Finalmente potevo tornarmene a casa con il mio semplice raffreddore, prepararmi una minestrina e abbandonarmi in silenzi onirici.
Al momento le mie giornate si dividono tra il lavoro di ufficio la mattina e le attività più pratiche nella gestione di un Centro di formazione giovanile sostenuto dall’Organizzazione goriziana CVCS. Per essere qui da meno di un mese direi che non ho perso tempo per entrare nello stile burkinabè e soprattutto per capire regole fondamentali per vivere al meglio questa esperienza.

Immagino che di cose ne dovranno accadere ancora tante e non mi stancherò di stupirmi, cercando di vedere sempre il lato ironico delle cose. Infatti mi capita solo quando decido di scrivere che riesco ad “esternarmi” dalla mia vita. Come dire, guardarmi da fuori, rielaborare la storia ed esserne la spettatrice. Ecco che allora avviene il miracolo. Mi accordo che la mia vita fa ridere. Cioè non a me, agli altri o meglio a me non subito. Perché quando sono immersa nella vita che vivo è diverso, i problemi, i cambiamenti, le relazioni le cose accadono e mi si piombano addosso spesso come vere e proprie tragedie.
Poi, come vi ho detto, scrivo e rivedo il film di cui sono la protagonista.
Questa combinazione fa si che, mentre mi racconto, mi accorgo di quanti aneddoti divertenti mi regala la vita.
Non posso far altro che ridere con voi.

Author: admin

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