Siamo pronti al cambiamento?  

di Walter Comunello

Scopriamolo” è la risposta più giusta. Ma capita che insistere troppo su qualcosa che non entra in testa sia, in effetti, peggiore di qualsiasi stasi. Può darsi che non si tratti semplicemente di “pensare qualcosa di nuovo”, bensì di stravolgere completamente la nostra visione del mondo: il modo di pensare, su cui ogni altro pensiero si regge; il modo di fare, tramite cui le nostre azioni assumo senso ai nostri occhi. Il rimedio appare peggiore del male. Insicurezza e resistenza regnano sovrane, mente e cuore sono in ceppi, stretti in una morsa dolorosa, in bilico su uno strapiombo senza fine, costretti a camminare su una corda sottile, sempre in procinto di spezzarsi.

Lo “schiaffo” iniziale è difficile da digerire. Ed ecco che il temporale passa e l’orizzonte si schiarisce, dove vediamo troneggiare un cielo esattamente uguale a prima. Eppure laggiù, poco oltre l’orizzonte, sembra ci sia qualcosa di diverso. Si vede un impercettibile mutamento del panorama. Deve aver nevicato in montagna, sì. È per questo che è tutto bianco? Un attimo a guardare lo spettacolo e poi via di nuovo verso casa, che è proprio alla base della collina dalla cui sommità ci piace scrutare “gli interminati spazi”. Andarsene per strada non ha senso: l’abbiamo già fatto per gli stessi motivi in passato, senza grande successo. Col cuore gonfio di una volontà insufficiente ci rassegniamo al destino: noi non siamo fatti per camminare, non da quella parte, non con queste scarpe, non con queste intenzioni.
Perché dovremmo lasciare casa, dopotutto?

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Questo è un momento cruciale,
in cui è sempre meglio cercare di non intervenire. Questo è un momento in cui si ha una personale resa dei conti con sé stessi: guerre atroci e sanguinose si svolgono nella nostra anima, al di là della coscienza, per il dominio del pensiero. Questo è il momento in cui è meglio lasciar fare alle forze immortali che ci governano, senza interferire, a costo di rimanervi schiacciati, come da una violenta tempesta che si spreme in un colpo solo da nuvole gonfie e impietose. Questo è il momento in cui è meglio aspettare, anche in uno stato d’animo di ansia, tensione, paura, anche a costo di piangere da soli rannicchiati in un angolino o di dormire poco e male: ogni decisione presa ora è una decisione distorta, viziata.

Poi qualcosa cambia.
Improvvisamente veniamo messi davanti a un fatto compiuto, la cui tragedia già s’è svolta oltre a noi, sotto di noi, dentro di noi. Il disagio, la tristezza, lo sgomento perdono importanza e si aprono prospettive fino a poco prima incomprensibili. Un nuovo futuro diviene d’un tratto possibile: non si sa per quale miracolo, noi riusciamo a pensarlo! La motivazione in sé viene trascesa, la passione entra in obsolescenza, un progetto assume forma intelligibile. Il fiore comincia ad attecchire nell’oscurità, ne spunta un timido germoglio. Dobbiamo permettergli di nascere; dobbiamo coltivarlo e proteggerlo, all’inizio con grande cura e delicatezza data la sua estrema sensibilità agli elementi avversi ma, man mano che si fortifica, possiamo proiettarlo con maggior foga, giocarci, sperimentarlo, senza mai dimenticare che è vivo, esattamente come noi.

Ciò che avevamo sentito il giorno prima era in effetti un’illusione di cambiamento, una “illuminazione prematura”. Dovevamo affrontare un rito di passaggio, una liturgia segreta dalle radici antichissime, le quali pescano in luoghi che dominavano l’umanità prima ancora che arrivasse la ragione ad arrogarsi questo diritto. Ecco perché quella sensazione persistente di abbattimento, di sconforto, di inadeguatezza. Essa è la testimone del vero mutamento, della forzata visione sul caos delle infinite possibilità. Ci si deve sporgere dal balcone che si affaccia sull’assoluto nulla, in cui ogni cosa può esistere. Il terrore segna la presa di coscienza dell’assenza delle sicurezze che ci hanno accompagnato fino a quel momento ed è il punto di partenza per la nostra personale rivoluzione, aprendo la strada alla rinascita dalle proprie ceneri, come la Fenice.

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